evviva niente

Appunti sparsi di Roberto La Forgia.

Adesso ti dico cosa devi fare e tu stai zitto

Ho appena letto l’articolo di Antonio Sgobba su La lettura di oggi a proposito di Knowledge Vault, ovvero, cito l’articolo, "la più grande banca della conoscenza mai costruita da Google". Pare che questo algoritmo sia capace di processare le informazioni e convalidarne la veridicità ad una velocità e con una continuità ovviamente incomparabile con quella umana. "In un recente articolo per The Atlantic" continua Antonio Sgobba "lo scrittore James Carmichael ha raccontato il modo in cui già oggi Google Now è in grado di modellare le nostre vite: «Registra e prevede i tuoi viaggi, i tuoi appuntamenti, i tuoi interessi. Tiene traccia di ogni cosa che ti riguarda. Questo mette in ansia qualcuno. Non me. Siamo realistici: Google sa già tutto di me. Che almeno si renda utile». […] I fedeli di Google" continua Sgobba “possono anche evitare la fatica Socratica di conoscere se stessi: ci pensa lo stesso motore di ricerca. Google ti conosce meglio di chiunque altro: sa tutto di te.”.

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Ciò che mi preoccupa non è, come afferma Carmichael, il fatto che Google raccolga informazioni su di me. Qualsiasi fornitore di servizi ha il diritto (se non il dovere) di raccogliere informazioni su di me in modo da comprendere cosa voglio e come voglio essere servito altrimenti mi fornirebbe un servizio scadente. Quel che dovrebbe preoccuparmi dovrebbe essere l’uso improrio che il fornitore potrebbe fare di queste informazioni e, peggio ancora, l’uso improprio che potrei farne io.

Cosa mi costa in termini di qualità della vita e di coscienza di sé, affidare a un robot la scelta sul cosa potrebbe piacermi fare in questo momento? Tale facoltà, per quanto efficace ed affascinante, potrebbe sfociare nel vizio e provocare un lento (o rapidissimo?) indebolimento del rapporto con i miei desideri. Immaginati una domenica mattina stufo e annoiato, seduto sulla tua scomodissima poltrona a chiederti "e adesso che cavolo faccio?". Perché chiedertelo e dover poi affrontare il peso di quella risposta che a cinquanta e passa anni non riesci ancora a darti?

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George Segal ci immaginava arrivati quel punto letteralmente pietrificati, in un vicolo cieco, senza un futuro, senza un dopo. Morti. E invece un dopo c’è. Sta prendendendo vita un algoritmo in grado di affidarti una qualsiasi attività in grado di rivitalizzarti, anzi quella precisa attività che tu, uomo bianco cresciuto negli anni cinquanta, sposato e con una paticolare tendenza all’autocommiserazione e con dei piedi decisamente grandi vorresti fare in quella precisa fascia oraria in quella precisa condizione di luce, climatica e acustica. Tutto ciò ti costa quel buco nel petto che sentirai quando ti accorgerai di aver bisogno di qualcuno che ti ricordi la cosa più semplice: cosa ti piace fare.

Negherai a te stesso il brivido della scoperta di nuovi interessi (sì, quella cosa che ti fa sentire ancora giovane). Quel maledetto giorno in cui l’algoritmo ha registrato che ti piacciono tanto i libri di James Joyce, potrebbe rinchiuderti in un circolo vizioso di informazioni che non vanno oltre l’argomento/tag romanzo psicologico. Potremmo insomma perdere - forse noi no, ma le prossime generazioni probabilmente - l’abitudine di infilare il naso in questioni e settori che non sappiamo ancora essere in grado di offrirci sapori e conoscenze rivelatrici e rivoluzionarie per le nostre vite.

Curvo sull’ennesimo romanzo psicologico novecentescho, abituato ormai ad affidare la coltivazione dei tuoi interessi a un algoritmo, potresti ignorare fino alla tua morte la tua unica, vera e inascoltata passione: la vita quotidiana della Rana Luteiventris del nord America.

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L’essere umano non è totalmente prevedibile come l’algoritmo lo immagina e tende a conformarlo alla propria natura. Solo pochi giorni fa, Carlo Freccero (sì, i brillanti osservatori della realtà non si sono estinti dopo la morte di Pasolini) durante un incontro tenuto al festival "Frammenti di attualità" a Cori condotto da una della tante figlie di Satana, afferma di credere fermamente "… che il libero arbitrio sia ancora fondamentale e che malgrado tutto, questo getterà sempre disordine nell’intelligenza artificiale". Freccero conclude con un meraviglioso zapaista/mussoliniano "Vinceremo!" che rinvigorisce - almeno per quanto mi riguarda - un sentimento di resistenza e adesione al caos. Non diamoci però per salvi (né spacciati) prima che il saccheggio abbia inizio.

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Chiudo algoritmicamente qui, dicendoti che tu, essere umano attualmente concentrato su un testo scritto una domenica mattina 2014 da un affascinante trentunenne sottopagato, hai un urgente bisogno viscerale di ascoltare questa cosa: